Marted́, 25 luglio 2017      

 

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ALESSANDRO LUONGO INTERVISTA RUBEN RAZZANTE


Ruben Razzante è docente di diritto dell'informazione e del prodotto culturale all'Università Cattolica di Milano e consigliere nazionale dell'Ordine dei giornalisti.

 

 

Secondo lei, quale sono le tendenze della comunicazione?

"La comunicazione sta diventando sempre più strategica per le organizzazioni pubbliche e private, e il fabbisogno formativo nel settore è in forte crescita. La tendenza che si coglie sempre più nitidamente è quella verso una specializzazione e segmentazione degli ambiti della comunicazione e quella, per certi aspetti ad essa collegata, verso una professionalizzazione crescente degli operatori. Un altro trend ben evidenziato dalle cronache di settore degli ultimi anni muove nella direzione di un rinnovato spirito d'etica responsabile. Il filone della CSR, in altre parole, della responsabilità sociale delle imprese, è oggetto di grand'attenzione da parte delle grandi imprese, ma anche di quelle medie. Ci s'interroga, in pratica, su come i valori etici nelle relazioni, la responsabilità e la trasparenza verso i consumatori possano diventare una convenienza per l'impresa e accreditarne sempre più l'immagine presso un pubblico attento e diversificato".

Non le sembra che, chi lavora nel mondo della comunicazione e
informazione dimentichi spesso che occorre attenersi a precise regole etiche e deontologiche?

"Direi che sul versante delle regole etiche e deontologiche i segnali di una maggiore consapevolezza da parte degli operatori ci sono. Parlo soprattutto dei giornalisti, che hanno intensificato la loro attività d'elaborazione di carte etiche e codici d'autodisciplina, perché avvertono in modo sempre più pressante l'esigenza di darsi delle regole che tutelino maggiormente la loro professionalità e, soprattutto, il diritto del cittadino ad un'informazione più corretta. Anche i comunicatori pubblici e quelli d'impresa si sono dati negli ultimi anni una serie di principi etico-deontologici sul versante della trasparenza e della verità delle informazioni diffuse. Penso, per esempio, al campo dell'informazione economico-finanziaria dopo gli scandali Cirio o Parmalat o Banca d'Italia. C'è bisogno che le notizie riguardanti questioni cruciali per lo sviluppo del Paese e per le tasche degli italiani siano trattate con correttezza già alla fonte, cioè da parte dei responsabili della comunicazione delle grandi realtà aziendali. In questo senso, un supplemento d'etica non guasterebbe".

Come vede gli eventi e che tendenze si possono delineare in merito?

"Direi che gli eventi aziendali restano uno strumento privilegiato di comunicazione esterna, perché offrono all'azienda l'opportunità di potenziare il proprio brand e di avvicinare i propri stakeholders. Coinvolgere in un evento giornalisti, opinionisti, potenziali acquirenti di servizi e pubblici influenti è un modo per fare immagine e porre le premesse per raggiungere un business già nel medio periodo. Gli strateghi dell'informazione l'hanno ben compreso e quindi cercano, attraverso operazioni di sponsorizzazione, di minimizzare i costi di un evento ma organizzandolo nei minimi dettagli. Incontrare uno per uno stakeholder, e soggetti influenti può diventare un problema. Farli confluire in occasioni istituzionali come gli eventi produce un risparmio di tempo e attiva un volano d'opportunità che i comunicatori più accorti ed esperti sanno valorizzare".

Come sarebbe giusto formare i comunicatori dei prossimi anni?

"Per quanto riguarda la formazione, credo che ci sia bisogno di ridefinire percorsi formativi istituzionalizzati, altrimenti il rischio è che ogni istituto formativo, ogni università modelli a suo piacimento itinerari formativi che risultano sganciati dalle esigenze del mondo del lavoro. Per quanto riguarda i corsi di laurea in scienze della comunicazione o in pubbliche relazioni, e le scuole di giornalismo post-laurea che riconoscono il praticantato, direi che siamo sulla buona strada. Bisognerebbe, invece, essere più attenti quando si sponsorizzano corsi di formazione o d'aggiornamento discutibili, tenuti da docenti improbabili e senza alcuna reale competenza. Si rischia di far diventare quei corsi delle vere e proprie fabbriche d'illusioni. Il mercato spinge invece nella direzione di nuove e robuste figure professionali, in grado di padroneggiare i moderni strumenti di comunicazione, sia dal punto di vista tecnologico, sia dal punto di vista della produzione di contenuti e della gestione delle relazioni".

A cura di Alessandro Luongo



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