Marted́, 26 settembre 2017      

 

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ALESSANDRO LUONGO INTERVISTA JENNIFER HUBBER


Jennifer Hubber è direttore generale di Ipsos e Amministratore delegato di Ipsos-ASI, la società del gruppo che si occupa di comunicazione. Ipsos (di cui è Amministratore delegato Nando Pagnoncelli) fa parte di un gruppo multinazionale francese protagonista in Italia nei servizi di ricerca di marketing, di tipo survey based.

Dottoressa Hubber, come è cambiato il panorama dei consumi in Italia?

"C'è un consumatore più consapevole e razionale, anche se in alcuni ambiti tende a lasciarsi andare di più; risparmia magari sul genere alimentare, ma non lesina sul lusso o sulle tecnologie. E' uno smart stopper che fa le sue scelte e vanno considerate dal marketing e da chi si occupa di ricerche di mercato".

Quali sono allora i modelli di marketing e comunicazione moderni?

"Oggi si moltiplicano i punti di contatto, il consumatore non è raggiunto solo dalle televisioni ma da tanti altri momenti di comunicazione, e da parte delle aziende si registra una maggiore attenzione a verificare questi passaggi. Sono diventate dunque consapevoli che non è importante rilevare gli effetti della pubblicità tradizionale, ma anche l'importanza del tam tam e degli eventi. Società specializzate in ricerche come la nostra stanno così definendo dei canoni per verificare sul singolo consumatore quante informazioni ha avuto sui prodotti, focalizzate ovviamente su un brand".

E qual è il risultato di questa ricerca?

"Stiamo mettendo a punto uno studio pilota della misurazione dell'impatto sul brand a tutti i livelli. Si chiama, infatti, Brand Graph 360 e sarà pronto entro l'anno. Servirà a misurare l'importanza dell'esperienza e delle molteplici occasioni che si presentano al consumatore. Mi spiego. Un tempo si definivano segmentazioni di mercato con tipologie legate al profilo socio-culturale. Oggi non basta spiegare i comportamenti, occorre capire qual è la situazione. Lo stesso segmento individuato può trovarsi in contesti opposti, ad esempio, una volta mangiare un hamburger da Mc Donald e poi un'altra privilegiare lo slow food. E'un paradosso? No, è una situazione tipica di tutti i giorni, dunque va analizzata piuttosto che studiare le decisioni demografiche dei consumatori".

Cambiamo argomento: che pensa del marketing non convenzionale?

"Sono tentativi interessanti, da parte delle aziende, di creare momenti di contatto per sorprendere il consumatore; fanno leva, infatti, su un forte coinvolgimento emotivo. Ritengo che in Italia (noi siamo un gruppo francese) ci sia ancora spazio per queste tecniche, giacché il vostro paese è un po' indietro da questo punto di vista. Sono tuttavia tecniche efficaci, se integrate in una visione strategica mirata a costruire un legame duraturo fra consumatore e marca".

Qual è il suo parere sulla comunicazione non convenzionale?

"E' un fenomeno interessante per l'elemento sorprendente che contiene, anche se ha qualcosa di borderline (vedi il caso dell'uomo che per un anno negli Usa è andato in giro con il marchio della sua azienda stampato in fronte, Ndr) e porge interrogativi etici. Mi viene in mente invece un caso esemplare ed etico di comunicazione ambientale: la Simmenthal ha lanciato un road show nelle palestre per far inserire nella dieta dei frequentatori la carne in scatola".

Per finire, come mai gli eventi vanno così forte?

"Hanno tanto successo perché colpiscono il target in un luogo e nel momento in cui abbassa le difese ed è particolarmente predisposto a ricevere il messaggio. Ritengo che, in futuro, prevarrà l'advertising, ma ci sarà un'attenzione maggiore agli eventi. In definitiva alla pubblicità tradizionale si affiancheranno sempre più attività targettizzate e innovative".

A cura di Alessandro Luongo



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